TRE BOMBE A TEATRO

Cosa accadde durante la visita a Copenaghen nel 1941 tra Werner Heisenberg e il suo maestro Niels Bohr? E’ questa la domanda su cui si basa “Copenaghen”, pièce teatrale di Michael Frayn con la regia di Mauro Avogadro in scena nei teatri italiani tra il 2017 e il 2018. Tre sono i protagonisti, gli scienziati Heisenberg (Massimo Popolizio) e Bohr (Umberto Orsini) e sua moglie Margrethe (Giuliana Lojodice), che si confrontano su un palco che pare un’aula di fisica.

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Da sinistra Popolizio, Orsini, Lojodice. Credits.

I tre personaggi, ormai passati a miglior vita, danno vita a due ore intense in cui ripercorrono gli anni di ricerca e amicizia condivisa, poi sgretolatasi con l’occupazione nazista della Danimarca. L’unica cosa certa è che i due scienziati erano impegnati a studiare la fissione nucleare, ma su fronti opposti. Eppure il mistero storico rimane: di cosa parlarono Heisemberg e Bohr? I loro studi e l’avvento nazista avrebbe per forza portato ad un confronto politico? Heisemberg provò a salvare il suo maestro dalla possibile deportazione in quanto di discendenza ebrea? Discussero solo degli anni felici quando l’allievo passava lunghi periodi con la famiglia del suo maestro? O Heisemberg pose a sé stesso e a Bohr degli inetrrogativi morali sulla responsabilità degli scienziati teorici sulla effettiva realizzazione di un’arma di distruzione di massa? Il fisico tedesco voleva davvero portare a termine il progetto o lo boicottò non eseguendo tutti i possibili calcoli?

Nessuno degli interrogativi affrontati può vantare una risposta chiara, solo supposizioni, solo teoria. Nel confronto tra Heisemberg e Bohr come due pugili sul ring, si inserisce con forza e grazia Margrethe, arbitro, giudice e coscienza pur essendo ancora profondamente ferita dalla perdita tragica di suo figlio bambino.

La scenografia semplice e d’impatto sfrutta pannelli pieni di formule e immagini proiettate su tutto il palco cancellando la presenza dei protagonisti. Il pavimento pare il nucleo di un atomo in cui gli attori si muovono da un orbitale all’altro, finchè si fermano a distanza eguale l’uno dll’altro sullo stesso piano.

Per quanto sia scontato parlare della bravura di Orsini, Popolizio e Lojodice, non posso esimermi da sottolineare la tecnica quasi magica di tenere ancorati gli spettatori su temi e argomenti non sempre facili da capire. La tensione emotiva non cala alla fine dello spettacolo, la catarsi è solo parziale per lo spettatore che torna a casa arrovellandosi ancora sulla domanda: cosa accadde a Copenaghen nel 1941 tra Heisemberg e Bohr?

Vulp

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