LE DONNE CHE CURANO

Titolo: “Le medichesse-la vocazione femminile alla cura”

Autrice: Erika Mederna

Casa editrice: Aboca

Pagine: 143

Cod ISBN: 978-88-95642-80-2

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Copertina de “Le Medichesse” . Credit to the author

Nei secoli la cura e i trattamenti cosmetici, soprattutto nel’ambito famigliare, sono sempre stati delegati alla donna, custode della tradizione medicale legata alla natura. Nonostante la figura femminile nel contesto medico sia stata per secoli osteggiata, nell’antichità troviamo donne di spicco che se ne sono occupate, con o senza l’approvazione maschile.

In “Medichesse” vediamo che le donne che si occupavano di cura e arte medica all’inizio dei tempi, potevano rientrare in tre categorie: dea, maga, strega. Donne di potere, esperte di erbe e pozioni, donne a cui ci si rivolgeva per lo più per un aiuto soprannaturale. Circe e Medea sono le prime che incontriamo, donne strateghe di vendette ed esperte nelle arti oscure e quindi temute, travisate dallo sguardo patriarcale del mito. Ci imbattiamo poi in Metrodora, pseudonimo sotto il quale si proteggeva probabilmene una bizantina, che ci ha lasciato “Sulle malattie delle donne”, il trattato medico più antico scritto da una donna. Passando poi per Trotula, Fabiola, Radegonda, Santa Idelgarda fino ad arrivare ad Isabella Cortese abbiamo una densa panoramica dell’attività medica nell’ambito femminile. Il volume non è solo arricchito di esempi tratti dagli scritti delle autrici, ma anche da bellissime immagini, dipinti di donne ed erbari, a colori e a tutta pagina.

L’autrice, laureata in archeologia, pur non avendo basi scientifiche, riesce a tenere bene le fila di questo saggio dal tema vasto e complesso che ha approfondito con una ricerca meticolosa. “Medichesse” è un’opera di divulgazione, ma soprattutto rimane un “omaggio al contributo fondamentale delle donne al sapere medico, erboristico e csometico della tradizione occidentale”. Per questi motivi lo propongo come lettura, perchè lontano dal proporre un revival del new age o di correnti simili. L’arte medica nasce da lontano, non scordiamolo.

Buona lettura!

Vulp

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Singolar tenzone

Titolo: L’elettrone dimezzato

Autore: Gianfranco D’Anna

Editore: Edizioni Dedalo

ISBN: 978-88-220-1514-3

Pagine: 224

Il titolo di questo romanzo scientifico rimanda inequivocabilmente a “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, dove il protagonista è diviso nella sua parte buona e cattiva. In questo caso, invece, viene contesa la paternità tangibile di una minuscola particella, l’elettrone e la sua carica.

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“l’elettrone dimezzato” di G. D’Anna. Credits

Siamo ad inizio Novecento e due sono le scuole di pensiero che animano la ricerca elettrica: chi sostiene che esista l’atomo e i suoi elettroni e chi invece è sicuro che non esista in quanto solo un modello teorico non verificabile.

Felix Ehrenhaft, giovane promettente professore austriaco, ha un obiettivo ambizioso: riuscire a dimostrare che l’elettrone esiste. Per farlo si serve degli articoli già pubblicati di Einstein e Perrin, del moto Browniano e dello strumento di misurazione di quest’ultimo, modificandolo per il nuovo studio. Dall’altra parte dell’oceano anche il poco stimato ma ambizioso professor Robert Millikan, ha deciso di dedicare la sua attenzione a questa ricerca, irta di pericoli.

Tra esperimenti e calcoli, Millikan e Ehrenhaft si danno battaglia. A chi andrà il merito di aver per primo dimostrato l’esistenza dell’elettrone?

Basandosi sulla vera storia della contesa tra due scienziati testardi e dalla forte personalità, Gianfranco D’Anna, fisico e scrittore, ne ordisce bene il confronto. La lettura procede alternando i capitoli tra Chicago e Vienna, seguendo le vicissitudini dei rispettivi laboratori. In un’epoca in cui non esistevano database come PubMed, il confronto, i congressi, la lettura degli articoli e anche il passaparola erano ancor più fondamentali per poter pubblicare e assicurarsi una carriera.

La lettura de “Lelettrone dimezzato” è piacevole, con quel pizzico di tensione che non guasta. Il glossario, che aiuta chi ha dimenticato il corretto significato di alcuni termini, e le indicazioni degli articoli scientifici consultati per la stesura del romanzo, ben si allineano con il concetto di “romanzo scientifico”. In conclusione, “L’elettrone dimezzato” è un buon romanzo, si legge senza sforzo, e mette in luce personalità meno conosciute rispetto ai famosissimi Einstein e Rutheford. Forse qualche lettore troverà amaro il lato più arrivista e competitivo dei due scienziati, ma D’Anna sa, come noi, che chi si occupa di scienza, sono tutti soltanto esseri umani.

Buon lettura!

Vulp

IL MIRACOLO DELLA BELLADONNA

Titolo: “L’erba della regina”

Autore: Paolo Mazzarello

Editore: Bollati boringheri

Pagine: 190

ISBN:978-88-339-2438-0

“Lo spazio si restringeva, il tempo rallentava. Era come se il corpo si trasformasse in una prigione, irrigidito su sè stesso. Il volto inespressivo, lento, senza mimica, come una maschera. La pelle lucida, cerea, lo sguardo assente, perso lontano verso spazi indefiniti. Per contro questa generale rarefazione della vita era stranamente contraddetta da segni esagerati del movimento. I globi oculari iniziavano improvvisamente a ruotare e la bocca si contorceva disegnando strani arabeschi, mentre la lingua si protendeva in tutte le direzioni. Oppure erano gli arti e il capo a scuotersi d’improvviso e a muoversi casualmente, tracciando archi bizzarri lungo percorsi privi di significato, senza alcun fine. Talvolta poi era l’intero corpo a essere dominato da un attacco epilettico. Una contraddizione motoria.”

È questo l’incipit con cui il Dott. Paolo Mazzarello inizia il racconto di una storia vera, purtroppo da molti dimenticata che dispiega tra l’Italia e la Bulgaria. La malattia che si stava propagando silenziosamente, dopo il primo conflitto mondiale, si chiamava encefalite letargica, colpiva i malati con i sintomi sopra descrittiuno causando inoltre uno stato di sonno profondo, simile a coma. La nuova malattia iniziava a far paura come la non ancora dimenticata “spagnola”.

Mentre i medici dell’epoca, in mancanza di una terapia efficace, potevano solo stare a guardare i reparti psichiatrici e neurologici riempirsi ad una velocità allarmante, in Bulgaria, di profonda tradizione fitoterapica, il guaritore Ivan Raev trattava con successo una donna affetta da encefalite letargica con una pianta potente e pericolosa:la  Atropa Belladonna.

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Atropa Belladonna. Credits

In che modo una malattia sconosciuta, che stava mietendo sempre più vittime, si collega ad un guaritore bulgaro di un piccolo villaggio? Fu una nobile montenegrina con la passione per la medicina: Elena, regina d’Italia, moglie di Vittorio Emanuele. La regina venne a conoscenza di Ivan Raev e, forte della sua influenza e fiduciosa di questo nuovo trattamento, fu determinante nell’affrontare l’encefalite letargica rivoluzionando l’appraccio stesso alla malattia. Furono implementati i servizi medici per il recupero psicofisico dei malati: si affiancò la fisioterapia con la psicoterapia e le cure termali. L’Italia fu un modello per tutta Europa.

Il passato può ancora insegnarci qualcosa. Non per nulla l’autore è medico e professore di storia della medicina all’Università di Pavia e ha all’attivo numerose pubblicazioni e collaborazioni. “L’erba della regina”, pur ruotando attorno ad un tema strettamente medico, può essere affrontato senza paura anche da coloro che non hanno confidenza con la terminologia medica. Inoltre, è da sottolineare la presenza di una folta bibliografia: utile per un lettore interessato all’argomento ed indice di accuratezza storica e scientifica. Lo stile è semplice e scorrevole, perfettamente adatto all’impostazione narrativa scelta. Alla lettura, tra curiosità e suspance, ci dimentichiamo che sono storia e scienza e ci perdiamo contenti in un buon romanzo di cui conosciamo già la conclusione. Fortunatamente oggi non dobbiamo preoccuparci di una malattia come l’encefalite letargica, ma se dovesse ricomparire stiamo pur certi che, nello stesso momento, si riveleranno per la nostra salvezza, farmaci, medici e donne appassionate.

Buona lettura!

Vulp

CHE ELEMENTO!

Quando si inizia a studiare la chimica si parte sempre da quella “generale e inorganica”, cioè dalle basi. Ad alcuni di noi sembra poco più di un gioco, per altri è un vero incubo districarsi tra tutti quei simboli della tavola periodica. Non dubito che qualcuno per frustrazione abbia provato ad usarla per giorcare a Risiko.

Tra i molti studenti che sono stati obbligati a studiare materie scientifiche, pur avendo una spiccata attitudine verso le lettere, uno in particolare ha il potere di suscitare immediata simpatia tra i ragazzi di ogni generazione. E’ il caso di Alberto Cavaliere (1897-1967), autore de “La chimica in versi”, un libriccino che descrive elementi e gruppi chimici in rima. Potete procurarvelo attraverso biblioteche ben fornite o più rapidamente facendo una semplice ricerca in rete.

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Copertina de “La Chimica in versi”- Credit to the author

Alberto Cavaliere era uno studente della Facoltà di Chimica a Roma, come racconta lui stesso, poco propenso agli studi di chimica tanto che venne bocciato all’esame universitario. Passare l’estate a studiare l’odiata materia probabilmente gli diede anche l’energia per provare a renderla “più viva”, così si presentò all’appello successivo sciorinando rime al professore che lo interrogava.

Possiamo supporre che gli elementi e i loro composti siano stati il programma d’esame dell’epoca ed è affascinante leggere il componimento in questa ottica. “La chimica in versi” all’inizio può far sorridere, ma piano piano ci rendiamo conto che l’autore non era impreparato, tutt’altro. Cavalieri presenta ogni argomento descrivendo la solubilità, lo stato chmico, il colore, l’odore, se è ossidante o riducente. Continua illustrando quali siano le tecniche o le reazioni per ottenerlo e con quali altri elementi o gruppi si può combinare. Chiude descrivendo l’utilizzo nella vita quotidiana spesso con una battuta mordace. Tra le rime di Cavalieri troviamo anche piccole curiosità, ad esempio, che l’acqua ossigenata viene utilizzata in alcune tecniche di restauro su legno.

Personalmente ho trovato Cavalieri piacevole da leggere, ma non da lettura compulsiva, visti i molti passaggi prettamente tecnici delle reazioni. Ritengo che sarebbe più facilmente fruibile davanti ad un bancone di laboratorio per “toccare con mano” le sequenze di ottenimento dei vari composti. Di sicuro è un testo che andrebbe rispolverato per dimostrare agli studenti che scienza e lettere possono ben reagire insieme mantenendo da una parte correttezza di contenuto e dall’altro freschezza stilistica.

“La chimica in versi” è stato il modo più congeniale per Cavalieri per studiare una materia ostica e per sfruttare il suo talento. E’ improbabile che un “comune” studente possa seriamente studiare su un testo del genere, ciò non significa che non possa essere apprezzato come opera di divulgazione scientifica.

Buona lettura!

Vulp