Aforisma in orbita

“Vi è un solo mezzo per far progredire la scienza: dar torto alla scienza già costituita.”
(Gaston Bachelard)

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Gaston Bachelard-filosofo della scienza. Credits

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Singolar tenzone

Titolo: L’elettrone dimezzato

Autore: Gianfranco D’Anna

Editore: Edizioni Dedalo

Pagine: 224

Il titolo di questo romanzo scientifico rimanda inequivocabilmente a “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, dove il protagonista è diviso nella sua parte buona e cattiva. In questo caso, invece, viene contesa la paternità tangibile di una minuscola particella, l’elettrone e la sua carica.

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“l’elettrone dimezzato” di G. D’Anna. Credits

Siamo ad inizio Novecento e due sono le scuole di pensiero che animano la ricerca elettrica: chi sostiene che esista l’atomo e i suoi elettroni e chi invece è sicuro che non esista in quanto solo un modello teorico non verificabile.

Felix Ehrenhaft, giovane promettente professore austriaco, ha un obiettivo ambizioso: riuscire a dimostrare che l’elettrone esiste. Per farlo si serve degli articoli già pubblicati di Einstein e Perrin, del moto Browniano e dello strumento di misurazione di quest’ultimo, modificandolo per il nuovo studio. Dall’altra parte dell’oceano anche il poco stimato ma ambizioso professor Robert Millikan, ha deciso di dedicare la sua attenzione a questa ricerca, irta di pericoli.

Tra esperimenti e calcoli, Millikan e Ehrenhaft si danno battaglia. A chi andrà il merito di aver per primo dimostrato l’esistenza dell’elettrone?

Basandosi sulla vera storia della contesa tra due scienziati testardi e dalla forte personalità, Gianfranco D’Anna, fisico e scrittore, ne ordisce bene il confronto. La lettura procede alternando i capitoli tra Chicago e Vienna, seguendo le vicissitudini dei rispettivi laboratori. In un’epoca in cui non esistevano database come PubMed, il confronto, i congressi, la lettura degli articoli e anche il passaparola erano ancor più fondamentali per poter pubblicare e assicurarsi una carriera.

La lettura de “Lelettrone dimezzato” è piacevole, con quel pizzico di tensione che non guasta. Il glossario, che aiuta chi ha dimenticato il corretto significato di alcuni termini, e le indicazioni degli articoli scientifici consultati per la stesura del romanzo, ben si allineano con il concetto di “romanzo scientifico”. In conclusione, “L’elettrone dimezzato” è un buon romanzo, si legge senza sforzo, e mette in luce personalità meno conosciute rispetto ai famosissimi Einstein e Rutheford. Forse qualche lettore troverà amaro il lato più arrivista e competitivo dei due scienziati, ma D’Anna sa, come noi, che chi si occupa di scienza, sono tutti soltanto esseri umani.

Buon lettura!

Vulp

IL TALENT DEI CERVELLONI!

Se la scienza fosse un talent show, si chiamerebbe FameLab! Questo evento esiste dal 2005 grazie ai colleghi scienziati del Regno Unito che organizzarono un contest di divulgazione scientifica durante il Cheltenham Science Festival. L’idea piacque così tanto che oggi viene organizzata con successo in più di 30 paesi in tutto il mondo, grazie alla collaborazione del British Council.

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credits

Ma di cosa stiamo parlando con esattezza? FameLab è un contest di comunicazione in cui ci si sfida a presentare, in soli tre minuti, un argomento scientifico.

FameLab è arrivato in Italia nel 2012 grazie al British Council e a Psiquadro-Perugia Science Fest. Possono partecipare studenti e ricercatori che abbiano tra i 18 e i 40 anni, che non abbiano vinto o partecipato alle finali di FameLab in anni precedenti e che non lavorino come professionisti nel campo della comunicazione.

L’evento è in lingua italiana ed è articolato in due fasi: la fase “locale” durante la quale avviene una prima scrematura e, a seguire, la selezione finale. I primi due classificati hanno l’opportunità di frequentare una masterclass per approfondire le tecniche di comunicazione e migliorare la propria performance sul palco. La seconda fase, la “finale nazionale”, vede competere i finalisti delle edizioni locali.

Il vincitore di FameLab Italia parteciperà al FameLab International al Cheltenham Science Festival sfidando i campioni di altre nazioni in un contesto di crescita e collaborazione multiculturale. Durante le varie fasi si porterà lo stesso argomento, ma verrà chiesto di modificare la forma della presentazione. Anche il lavoro sul proprio pezzo è a step successivi, ed è necessario valutare anche questo aspetto nel momento in cui si sceglie il tema.

A FameLab i partecipanti vengono giudicati da una commissione competente in ambito scientifico (no, niente opinionisti), che valuta in primo luogo l’accuratezza dell’argomento proposto. Viene apprezzata anche la chiarezza con cui sono espressi i concetti, tenendo conto di un pubblico adulto. Ed infine, sarà considerato anche il carisma, cioè l’energia e la passione con cui ci si presenta in questa competizione. Durante la presentazione è permesso utilizzare piccoli oggetti di scena per massimizzare la propria performance, ma non è possibile utilizzare diapositive.

Non è necessario avere un passato da teatrante, ma tanta voglia di mettersi in gioco in un contesto diverso dal laboratorio o dalle aule dell’università. Catturare e tenere alta l’attenzione per tre minuti non è facile come sembra, per questo suggerisco di guardare accuratamente i video dei vincitori delle edizioni passate, sia italiane che straniere, per studiare meglio la tecnica e la gestualità di comunicazione. Per questo 2018 FameLab Italia si è appena concluso e c’è tutto il tempo per prepararsi a quello del 2019! Pronti a partecipare?

Vulp

Fonti:

FameLab Italia

FameLab International

IL MIRACOLO DELLA BELLADONNA

Titolo: “L’erba della regina”

Autore: Paolo Mazzarello

Editore: Bollati boringheri

Pagine: 190

ISBN:978-88-339-2438-0

“Lo spazio si restringeva, il tempo rallentava. Era come se il corpo si trasformasse in una prigione, irrigidito su sè stesso. Il volto inespressivo, lento, senza mimica, come una maschera. La pelle lucida, cerea, lo sguardo assente, perso lontano verso spazi indefiniti. Per contro questa generale rarefazione della vita era stranamente contraddetta da segni esagerati del movimento. I globi oculari iniziavano improvvisamente a ruotare e la bocca si contorceva disegnando strani arabeschi, mentre la lingua si protendeva in tutte le direzioni. Oppure erano gli arti e il capo a scuotersi d’improvviso e a muoversi casualmente, tracciando archi bizzarri lungo percorsi privi di significato, senza alcun fine. Talvolta poi era l’intero corpo a essere dominato da un attacco epilettico. Una contraddizione motoria.”

È questo l’incipit con cui il Dott. Paolo Mazzarello inizia il racconto di una storia vera, purtroppo da molti dimenticata che dispiega tra l’Italia e la Bulgaria. La malattia che si stava propagando silenziosamente, dopo il primo conflitto mondiale, si chiamava encefalite letargica, colpiva i malati con i sintomi sopra descrittiuno causando inoltre uno stato di sonno profondo, simile a coma. La nuova malattia iniziava a far paura come la non ancora dimenticata “spagnola”.

Mentre i medici dell’epoca, in mancanza di una terapia efficace, potevano solo stare a guardare i reparti psichiatrici e neurologici riempirsi ad una velocità allarmante, in Bulgaria, di profonda tradizione fitoterapica, il guaritore Ivan Raev trattava con successo una donna affetta da encefalite letargica con una pianta potente e pericolosa:la  Atropa Belladonna.

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Atropa Belladonna. Credits

In che modo una malattia sconosciuta, che stava mietendo sempre più vittime, si collega ad un guaritore bulgaro di un piccolo villaggio? Fu una nobile montenegrina con la passione per la medicina: Elena, regina d’Italia, moglie di Vittorio Emanuele. La regina venne a conoscenza di Ivan Raev e, forte della sua influenza e fiduciosa di questo nuovo trattamento, fu determinante nell’affrontare l’encefalite letargica rivoluzionando l’appraccio stesso alla malattia. Furono implementati i servizi medici per il recupero psicofisico dei malati: si affiancò la fisioterapia con la psicoterapia e le cure termali. L’Italia fu un modello per tutta Europa.

Il passato può ancora insegnarci qualcosa. Non per nulla l’autore è medico e professore di storia della medicina all’Università di Pavia e ha all’attivo numerose pubblicazioni e collaborazioni. “L’erba della regina”, pur ruotando attorno ad un tema strettamente medico, può essere affrontato senza paura anche da coloro che non hanno confidenza con la terminologia medica. Inoltre, è da sottolineare la presenza di una folta bibliografia: utile per un lettore interessato all’argomento ed indice di accuratezza storica e scientifica. Lo stile è semplice e scorrevole, perfettamente adatto all’impostazione narrativa scelta. Alla lettura, tra curiosità e suspance, ci dimentichiamo che sono storia e scienza e ci perdiamo contenti in un buon romanzo di cui conosciamo già la conclusione. Fortunatamente oggi non dobbiamo preoccuparci di una malattia come l’encefalite letargica, ma se dovesse ricomparire stiamo pur certi che, nello stesso momento, si riveleranno per la nostra salvezza, farmaci, medici e donne appassionate.

Buona lettura!

Vulp

TRE BOMBE A TEATRO

Cosa accadde durante la visita a Copenaghen nel 1941 tra Werner Heisenberg e il suo maestro Niels Bohr? E’ questa la domanda su cui si basa “Copenaghen”, pièce teatrale di Michael Frayn con la regia di Mauro Avogadro in scena nei teatri italiani tra il 2017 e il 2018. Tre sono i protagonisti, gli scienziati Heisenberg (Massimo Popolizio) e Bohr (Umberto Orsini) e sua moglie Margrethe (Giuliana Lojodice), che si confrontano su un palco che pare un’aula di fisica.

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Da sinistra Popolizio, Orsini, Lojodice. Credits.

I tre personaggi, ormai passati a miglior vita, danno vita a due ore intense in cui ripercorrono gli anni di ricerca e amicizia condivisa, poi sgretolatasi con l’occupazione nazista della Danimarca. L’unica cosa certa è che i due scienziati erano impegnati a studiare la fissione nucleare, ma su fronti opposti. Eppure il mistero storico rimane: di cosa parlarono Heisemberg e Bohr? I loro studi e l’avvento nazista avrebbe per forza portato ad un confronto politico? Heisemberg provò a salvare il suo maestro dalla possibile deportazione in quanto di discendenza ebrea? Discussero solo degli anni felici quando l’allievo passava lunghi periodi con la famiglia del suo maestro? O Heisemberg pose a sé stesso e a Bohr degli inetrrogativi morali sulla responsabilità degli scienziati teorici sulla effettiva realizzazione di un’arma di distruzione di massa? Il fisico tedesco voleva davvero portare a termine il progetto o lo boicottò non eseguendo tutti i possibili calcoli?

Nessuno degli interrogativi affrontati può vantare una risposta chiara, solo supposizioni, solo teoria. Nel confronto tra Heisemberg e Bohr come due pugili sul ring, si inserisce con forza e grazia Margrethe, arbitro, giudice e coscienza pur essendo ancora profondamente ferita dalla perdita tragica di suo figlio bambino.

La scenografia semplice e d’impatto sfrutta pannelli pieni di formule e immagini proiettate su tutto il palco cancellando la presenza dei protagonisti. Il pavimento pare il nucleo di un atomo in cui gli attori si muovono da un orbitale all’altro, finchè si fermano a distanza eguale l’uno dll’altro sullo stesso piano.

Per quanto sia scontato parlare della bravura di Orsini, Popolizio e Lojodice, non posso esimermi da sottolineare la tecnica quasi magica di tenere ancorati gli spettatori su temi e argomenti non sempre facili da capire. La tensione emotiva non cala alla fine dello spettacolo, la catarsi è solo parziale per lo spettatore che torna a casa arrovellandosi ancora sulla domanda: cosa accadde a Copenaghen nel 1941 tra Heisemberg e Bohr?

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CHE ELEMENTO!

Quando si inizia a studiare la chimica si parte sempre da quella “generale e inorganica”, cioè dalle basi. Ad alcuni di noi sembra poco più di un gioco, per altri è un vero incubo districarsi tra tutti quei simboli della tavola periodica. Non dubito che qualcuno per frustrazione abbia provato ad usarla per giorcare a Risiko.

Tra i molti studenti che sono stati obbligati a studiare materie scientifiche, pur avendo una spiccata attitudine verso le lettere, uno in particolare ha il potere di suscitare immediata simpatia tra i ragazzi di ogni generazione. E’ il caso di Alberto Cavaliere (1897-1967), autore de “La chimica in versi”, un libriccino che descrive elementi e gruppi chimici in rima. Potete procurarvelo attraverso biblioteche ben fornite o più rapidamente facendo una semplice ricerca in rete.

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Copertina de “La Chimica in versi”- Credit to the author

Alberto Cavaliere era uno studente della Facoltà di Chimica a Roma, come racconta lui stesso, poco propenso agli studi di chimica tanto che venne bocciato all’esame universitario. Passare l’estate a studiare l’odiata materia probabilmente gli diede anche l’energia per provare a renderla “più viva”, così si presentò all’appello successivo sciorinando rime al professore che lo interrogava.

Possiamo supporre che gli elementi e i loro composti siano stati il programma d’esame dell’epoca ed è affascinante leggere il componimento in questa ottica. “La chimica in versi” all’inizio può far sorridere, ma piano piano ci rendiamo conto che l’autore non era impreparato, tutt’altro. Cavalieri presenta ogni argomento descrivendo la solubilità, lo stato chmico, il colore, l’odore, se è ossidante o riducente. Continua illustrando quali siano le tecniche o le reazioni per ottenerlo e con quali altri elementi o gruppi si può combinare. Chiude descrivendo l’utilizzo nella vita quotidiana spesso con una battuta mordace. Tra le rime di Cavalieri troviamo anche piccole curiosità, ad esempio, che l’acqua ossigenata viene utilizzata in alcune tecniche di restauro su legno.

Personalmente ho trovato Cavalieri piacevole da leggere, ma non da lettura compulsiva, visti i molti passaggi prettamente tecnici delle reazioni. Ritengo che sarebbe più facilmente fruibile davanti ad un bancone di laboratorio per “toccare con mano” le sequenze di ottenimento dei vari composti. Di sicuro è un testo che andrebbe rispolverato per dimostrare agli studenti che scienza e lettere possono ben reagire insieme mantenendo da una parte correttezza di contenuto e dall’altro freschezza stilistica.

“La chimica in versi” è stato il modo più congeniale per Cavalieri per studiare una materia ostica e per sfruttare il suo talento. E’ improbabile che un “comune” studente possa seriamente studiare su un testo del genere, ciò non significa che non possa essere apprezzato come opera di divulgazione scientifica.

Buona lettura!

Vulp